Non è

Scrivere non è una passione, una missione, un compito. Scrivere è.

È quel pensiero fisso, quell’immagine che si lega a parole immediate che fluiscono veloci su un circuito ogni volta diverso.

A volte sembra di stare nel canion e spaziare su strade dritte assolate e infinite o nelle galassie in quel luminoso buio fatto di stelle e tutto va, ma il più delle volte sono schicchi di luce, fiammelle improvvise intuitive con la coda di pensieri su pensieri che si incatenano e formano un libro. Ma sono schicchi. E lo schicchio così come appare, se ne va.

Ma è costante, ogni cosa ogni dolore ogni amore ogni idea è un articolo, una novella, un poemetto, un capitolo.

È come quando ero all’università. Non smettevo mai di pensare allo studio anche quando lavoravo, mangiavo, facevo tutt’altro. SEMPRE. E non perché dovessi. Perchè quella cosa era me. Imparare, studiare, sapere è come oggi scrivere, condividere, inventare.

Non è una cosa.

Non è niente.

Non se ne può fare a meno.

E non so se questo sia il genio creativo, so che devo continuare e far sbocciare quello scintillio immediato che balugina nella ghiandola pineale e portarlo alla luce; seguire quella cometa di idee e fatti che si intersecano con sinapsi velocissime che creano altra linfa: un’altra storia.

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Non capiamo mai un cazzo.

Non capiamo mai un cazzo.

Non capiamo mai dove ci troviamo e quanto abbiamo.

Ma vi rendete conto se fossimo giapponesi? A loro viene inculcato sin da piccoli a reprimere le emozioni, gli viene insegnato che mostrarle in pubblico non è una possibilità considerabile. Sono impacciati nell’amore, non sanno esprimersi né verbalememte né fisicamente. E fa male. Molto. A loro.

E noi? Noi che siamo tra le donne più sexy del mondo, con i maschi latini più focosi del pianeta…che facciamo???

Ci siamo sempre a lamentà.

Nascete giapponesi.

Poi ne riparliamo.

Così. M’è venuto cosi.

Senza nulla togliere alle bellissime

cose che inventano e che creano.

Io dico dal punto di vista emozionale. Relazionale.

E non mi tirate fuori banana o murakami perché, cazzo l’eccezione ci sta ovunque.

Però ci andrei. Tra 10 anni post Fukushima. Ma ci andrei.

Tra 10 anni.

Konbawa.

Ps. Nella società giapponese a 35 anni la donna non sposata viene chiamata amichevolmente “donna parassita”. Carini. No, ma pensa lo dicono a me. PARASSITA A ME???

Giusto Fiesta ti potevi chiamà

E i bicchieri erano vuoti e la bottiglia in pezzi. E il letto spalancato e la porta sprangata. E tutte le stelle di vetro della bellezza e della gioia risplendevano nella polvere della camera spazzata male. Ed io ubriaco morto ero un fuoco di gioia e tu ubriaca viva nuda nelle mie braccia.

Come Jacques Prévert si spoglia e mi spoglia in mezzo a cristalli di stelle.

E il dopo è tutto lì. Dopo la vita. Ciò che rimane. Su cui non si cammina. Non si torna indietro. Ed è tutto così sciattamente residuo. Odora di felicità passata. Dà sicurezza e sonno. Caldo.

Uomini così che non siano solo fatti di tormenti, purezza e scotch.

Qui sto e qui resto. 

Non ci sto più alle regole dette e non dette, urlate, suggerite, sottotracciate. Una quantità di mini indicazioni su tutto, mini freccettine rosse che indicano un percorso che sembra fatto apposta per noi, e infatti quello è. E è sbagliato perché il percorso non è fatto DA noi. Riflette aspettative, idee, progetti, credenze, esperienze altrui e c’è così tanta ignoranza in merito così tanto dato che per scontato che tutto debba essere così perché cosi è sempre stato dai nonni e dagli avi, che si sta soffocando senza saperlo. Sotto tutte quelle freccettine rosse messe da chi poi. 
Avevo un progetto, un grande progetto, pensato un po’ di mesi fa e sono andata avanti ho vissuto la mia vita, ho fatto esperienze: ho aperto, chiuso, conosciuto cose fuori e dentro di me, ascoltato parole, condiviso idee, sentito stupore e energia. Sono cambiata. Cambiando io anche il progetto è cambiato, ma me ne sono resa conto sul filo prima che il vecchio operasse sul nuovo invece che il contrario. Stavo per affrontare il vecchio progetto con la Nuova me. E qualcosa ha parlato. Il mio corpo ha iniziato a lampeggiare nel punto critico che si fa sentire nei momenti di ‘oh oh non mi torna qualcosa’…e infatti non tornava. Non tornava la prima me e quindi era strano muoversi con giovani gambe in una palude di idee basate su altri momenti. 

E allora?

Allora ESC. 
ESC. 

Mi sono prima data un po’ di tempo, poi mi sono anche convinta che poteva andare, ma il mio campanello d’allarme non si spegneva…e allora?Allora mi sono chiesta più profondamente che c’è. Che c’è?                                      

Guarda. Osserva. Nota. 

Sei un’altra. Stai trovando una dimensione ORA. QUI e ORA. E questa dimensione da cui prima fuggivi si è trasformata in un’altra dimensione, più aderente, allineata, ti calza a pennello. Ma non può entrare nel progetto precedente. 

E così ESC.  Mi prendo il mio tempo. E il mio tempo è qui. È ora è in questa dimensione che sto vivendo, in cui mi trovo bene e sono felice e quando non andrà più, la cambierò. Il progetto sta sempre lì. Ora devo pensare a me. A volermi bene senza dover rispettare le regole sulle promesse fatte a chicchessia. È a me che devo promettere di stare bene giorno dopo giorno. Non ho la responsabilità di niente e di nessuno. Non mi frega niente di deludere niente o nessuno perché non è un problema mio se gli altri si illudono su vite non di loro pertinenza. 

Qui sto e qui resto. E sviluppo. 

Hai cambiato idea?

Si

Facile. 

Eh no ma come? Ma ora? Ma che fai? 

MACCHETTEFREGAATTE?

Ma io a te, a voi, dico nulla? No io le pendenze non me le so ancora procurate voi si, pure belle per carità, ma io POSSO cambiare idea quando NE HO VOGLIA. 

Questo fa una differenza immensa. E io sta differenza me la godo! Me la prendo tutta! Ci saranno altre cose da affrontare, più pratiche ma le affronterò, intanto parto da qui parto da: voglio vivere come mi sento e poi vediamo che succede. 

La vita è una, dura un mozzico ma io faccio come me pare e più si fa come ci pare e più il mondo si sposta secondo le nostre esigenze. 

Ecco. 

Non ‘cade il mondo, io mi sposto’. 

Ma

‘Sposto il mondo che non cade, perché è in quello che c’è il percorso creato DA me.’ 

Sberle e birilli

È una bella immaturità la tua quell’immaturità di quando nella vita ancora non ti è capitato di prendere una sberla grossa. Di quelle che si prendono all’improvviso come quelle che ti arrivavano da nonna quando credevi di esserti salvato e invece lei all’improvviso bim e dava sta scoppoletta sulla capezza…solo che era forte. Quelle che ti dà la vita sono ancora più forti e comunque improvvise. Si affrontano argomenti importanti profondi e invece seppellisci tutto con quella sciocca proiezione di ego e pensi solo al tuo piccolo orticello con domande insulse, inutili, improbabili. Mi piace guardare questa parte di te, ma anche oltre a te… gli altri. Mi piace perché una volta non ce l’aveva nessuno poi giorno dopo giorno uno dietro l’altro, come birilli caduti nelle macchine dell’io. Siete belli siete ancora ingenui siete anche un posto, in qualche modo mi chiedo se però certe cose si capiscono. Anzi tu puoi capire certe cose?

Tu che sei il mio mentore e il mio mentitore tu che sei affogato in una bolla d’Ego folto come i tuoi capelli belli e la tua barba lunga. E pure la vita due pizze te le ha date e belle grosse e invece no. Tu sembra non voglia capire. 
Ieri ascoltavo la verità di Brunori Sas 

La veritààààà che non vuoi cambiareeeeeee. Che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose. A cui non credi neanche piùùùù

Ecco. E manco te ce credi più ma ci stai attaccato come la rogna. E poi perché. E perché sei un’anima caduta. E il tuo vortice ha risucchiato anche me. 

E mentre scendevo, pensavo di volare e ogni tanto aprivo gli occhi avevo paura e c’eri tu e avevo ancora più paura, ma restavo lì chiudevo gli occhi e cadevo. E mi sembrava di volare. 

Questo sei stato tu la sensazione opposta al tutto. E infatti manco a sberle capisci. Manco a pizzoni. Io questo cambiamento me lo porto addosso, dentro e fuori. A volte mi piaccio, a volte meno. A volte sono felice, a volte sono triste. Ma vivo e vedo. E prima non vedevo ancora. E non credo che i ceffoni abbiano aiutato. Era meglio tenersi per mano. Per meno. 

Ecco. 

Ai posteri. 


Un’altra specie. 

Ho sempre pensato di appartenere a un’altra specie. 

Una specie diversa. 

Sicuramente diversa da quella dei miei genitori naturali.               Persone tranquille, pacate, oneste e senza grilli per la testa. Noiosissimi. Bravi eh, ma con la capacità di guardarsi allo specchio del plancton. 

Essere di un’altra specie me li fa guardare con un misto di tenerezza e oddio?!. Sono così innocenti nella loro semplicità. 

Ma incasinati. Mettiamoci anche questo. Confusi. 

Non è però stato sempre così dolce il mio sguardo nel notare questa differenza, sono passata per ere primordiali di odio, rabbia e incomprensione tipiche di chi si sente in gabbia.                              Deve essere stato difficile per loro. Una figlia così diversa.                   Così lontana da loro.                      

Fare parte di un altra specie, mi ha indotto a studiare, a curiosare a leggere informazioni….mmmhhh avete presente quando sospettate o peggio scoprite di avere un disturbo o una malattia? Ecco quell’esatta investigazione forsennata e trasversale l’ho condotta a tutti i livelli. Investigare su una malattia riguarda un settore, non sentirsi aderenti o appartenenti alla tua famiglia riguarda, diciamo, più settori. 

Ho studiato, letto, partecipato a corsi e incontri e continuo a cercare di aprire me stessa e il mondo ogni giorno, sono arrivata a capire che faccio parte di un’altra categoria di specie umana, quella degli asociali. 

La definizione in cui mi ritrovo più autentica e vera è proprio questa; c’è chi si associa, entra appunto nella società e chi come me si dissocia da essa. 

La parola asociale è composta da a-, alpha privativo e -socialem, in latino appartenente a un gruppo di soci o compagni. Io mi allontano dal gruppo, me ne privo scientemente, perché in questo gruppo dove sono stata messa non riconosco i compagni, i valori, le esigenze e le cause. 

Non ha come molti credono un significato negativo, questo è un’altro falso indotto come molte cose a cui crediamo di appartenere o semplicemente crediamo giuste perche è sempre stato così.              La società ci ‘insegna’ molte regole mentre cresciamo e ci spiega come vivere, come pagare i tributi, come procedere nel nostro sviluppo affettivo, è gentilmente imposto dalla società il matrimonio e più che mai i figli. 

Ho capito che sono un’associazione. 

Ho capito che la mia specie, quella degli asociali è un fenomeno che si sta allargando.

Io mi allontano da ciò che non mi fa sentire uno spirito d’appartenenza e in questa massa di fatti, persone, leggi, detto e non detto io non capisco, ma percepisco che non c’è verità e attuo il comportamento più naturale, vado via. 

Lontano. La voglia di scappare è sempre stata una fedele compagna fin da piccola. Ho la sensazione di essere in gabbia e di dover fare uno sforzo enorme per piegare quelle barre, mentre la famiglia gli amici e la società mi sorridono e le raddrizzano, disfacendo il mio impegno. Mi sento in gabbia e tenuta lì da persone a cui ho dato credibilità. A cui ho dato fiducia, mi sono affidata come un neonato che tende le braccia verso la madre e fidandomi ho acquisito. 

Beh ero pure un neonato che tendeva le braccia in realtà, e se non posso fidarmi di te di chi altri sennò?

Male. Molto male. 

Ho assunto inconsapevolmente coattivamente e naturalmente comportamenti, pensieri e parole che nella pura autenticità non mi sarebbero appartenute. 
E quindi ho fatto click. 

Ho fatto click come tutti gli esseri viventi: per sopravvivere, per salvarmi. 

Solo che il mio click non è andato ad adattarsi alle necessità della società il click mi ha permesso di vedere chiaramente quanta superficialità e mancanza di verità ci sia nella vita di oggi. 

Il click l’ho cercato e aspettato tanto, ma come spesso accade è quando non te ne curi più Che una certa cosa si manifesta. 

Il click l’ho fatto attraverso un trauma. 

Questo non si può insegnare. 

Posso spiegarti …empaticamente ti sembrerà di capire, sentire, ma nulla è come tutto quello che si attiva nel tuo corpo fisico ed emozionale nel momento di un trauma. Lo so perché io ero una delle milioni di persone convinte che leggendo, imparando, studiando, meditando sarei arrivata a trovare il bandolo della matassa di me stessa. 

No. 

Niente è come la tua pelle che tocca il fuoco. Il fuoco ha bruciato la prima

Adesso sono una nuova me, scliccata, pronta per una seconda vita. 

Non è vero che la vita è una sola. Anche il nome che ti hanno dato i genitori può essere cambiato, perché dovremmo credere che la vita è una e presa una decisione, quella resta? Certo, fisicamente ho a disposizione questa vita come X ma nel frattempo che vivo come X posso permettermi di cambiare il mondo che mi circonda se sento il mondo interiore muoversi. 

https://youtu.be/yW4xA0ZLhXQ

Il tempo che ti ho dato 

31/XX/XXXX h 15:30

Quanto mi manchi. 

Quanto mi si strozza la gola senza di te. Quando sto da sola per un po’ di ore e tu arrivi entri nella mia melancolia. 

E sei così dolce nei miei ricordi. Solo la parte bella ma tu non sei solo quello; è che ammetterlo mi così costa tanta fatica… mi fa male il cuore a pensarti male. 

Sei così bello nel mio ideale. Così nudo. Senza la tua storia tragica. Crudo. Da mangiare. Ti mangerei.
19/XX/XXXX

Quanto t’ho amato e quanto t’amo non lo sai. Ti amo ogni minuto anche quando rileggo le tue conversazioni ansiogene. Capisco che mi è troppo stressante stare con te. Ma ti amo. Ti amo tanto e comunque. Ogni momento. 

E il giorno è fatto di mille milioni di momenti e tu ci sei in tutti. 

Tutti tuttissimi. 
14/XX/XXXx

Posso uscire fare brigare lettera e testamento. 

Ma penso sempre a te. 

Ai tuoi baci alla tua bocca al tuo sorriso ai tuoi denti alla tua pelle ai tuoi capelli e penso al tuo odore che è sempre più lontano ma le sensazioni o il barlume di loro ci stanno tutte. Sei tutt’ora la cosa più bella e preziosa che ho toccato e ti toccherei ancora. Mille e mille volte. Passare le mie mani sulla tua pancia che adoro.

XX/05/2017

Come ogni minuto mi parla di te. Che hai fatto in questa Pasqua? Che stai facendo?

Come passerai questa Pasquetta che abbiamo fatto los corso anno?

Stavamo dagli amici a darci i baci? O dai Folli? Dove sei?

Mi si gela il collo mentre ti scrivo. Solo perché ti scrivo. 

Sto messa male. Sei in ogni fibra del mio corpo. 
H. 01:37

Io che ti conosco così bene. 

Ti conosco meglio di te. 

Ti ho visto da fuori e da dentro e da quando sto lontana ti ho visto anche meglio. 

Volevo scrivere “più in chiaro”, ma data la situazione mi sembrava inappropriato. 

Quello che gli altri vedono bello di te, non è il tuo bello. È una ferita da cui filtra la luce che filtra dal buio. 

E c’entra poco con te. 

Non è quasi niente. 

La luce è forte quindi spariglia e frega il buio ogni tanto, ma bisogna dipanare l’oscurità per far emergere quella parte di te e curarla. 

Ma solo stando lontana ho visto i dettagli, del tuo percorso, dei tuoi racconti, delle tue bugie, delle tue milioni di parole cariche d’ego, purtroppo per te caro Tu. 

Più vai avanti in questa direzione sbagliata più sarà difficile e faticoso tornare sulla via giusta. 

Ogni passo che fai ti allontani da te stesso. Ti allontani dalla fonte di luce che è il tuo cuore. 

Ma solo il gran lavoro che sto facendo mi da barlumi di queste certezze. Barlumi. E tu comunque brilli sempre di più. 

Ogni cosa di te brilla di più, perché io ho visto oltre quel buio, oltre quello che tu hai visto tanto tempo fa…che ora fa una gran fatica ad emergere perché: 

forse sei davvero un’anima in pena senza alcuna speranza, ma ci si potrebbe arrendere a questo un pochino più avanti, non credi? Tentare per le energie che so che tu hai di vivere oltre. 

Di tirare fuori quella luminosa parte di te reale, se c’è…ma non più solo a parole!

Ho visto quanto dolore ma quanto altrettanto male tu abbia dentro, molto peggiore, più bisognoso e profondo del mio. È più antico e ancora più manchevole. E questa mancanza si avverte tutta in te e io ne avevo così tanta di mio, di altro genere che non potevo, non sapevo…come dove cosa. 

Non sapevo nulla. Erano i nostri bambini traumatizzati a parlare. E noi poveri con le emozioni senza rete. A fare a cazzotti tra cechi. 

Forse l’unica frase che hai usato solo per me. 

Purtroppo dalla prima bugia in poi la maggior parte…no. se ci penso tutte, erano di seconda mano, però che meschino eh?! Non te le potevi inventà di nuove? No tutto riciclato…le poesie delle ex, le canzoni…sei rimasto a 15 anni fa e la cosa non è ottima. 

Ne per te ne per gli altri che incontri nel cammino, soprattutto le altre. 

Povero te. Povere loro. 

Realizza il tuo te puro, senza paure. 

Senza rete. 

Hai già dimostrato di essere invincibile. 

Fallo ancora. Fallo anche con il tuo spirito oltre che con il tuo corpo fisico. Cambia. 

Guarda il tuo passato, nota, affronta e lascialo andare.  

E rinasce piano piano una parte di te. 
Però magari muori. H. 21:45

Quanta mancanza infinita quella di stare senza di te. 

Mi manca il respiro. 

La vedo ma non vedo la luce. 

Vivere senza te e’ fattibile ma faticosissimo. 

Ho l’ansia. Tanta. Vorrei condividere con te questa Roma che profuma. Che profuma di primavera e glicine di Tevere e di pietra che rimanda polvere di sole. 

L’ultima volta che siamo scesi sull’isola tiberina a guardare il simbolo di esculapio abbiamo fatto pipì tra le fratte o era un’altra volta o era un altro te o era la stessa volta e eri proprio tu….non lo so. 

Quanta parte di te ho perso. 

Comprensione antropologica. 

Me sa che me so persa un pezzo…insieme alle chiavi di casa, per questo non so rientrata ste sere amore. E tu così te ne stai in modalità assoluta. 

Però a me manchi, sono stata egoisticamente molto bene e quella sensazione mi piace. 

È ovvio che ci vediamo, era carino che fai me confondi?                         Lo sai che già so confusa de mio non me dai na mano…

lo so la partenza, le cose, l’umore ma…Il gambaletto color carne. Ecco. 

Senti come so passata da splendore a nulla? Così pe na comprensione antropologica. 

Miracolo della sparizione/F 

Ti volevo dire che non sono moderna per niente. E che non dormo abbracciata come con te. Ma è stato bellissimo. Insieme ad un sacco di altre cose. 

Mi è dispiaciuto non sentirti dire che eri impegnato e che non ci potevamo vedere, pace però dimmelo perché sennò co ovvio che ci vediamo mi confondi. 

Magari non sarà stato molto, ma è stato intenso. 

No non sono moderna per niente. Io e nano siamo due anziane signore da carta e penna che dormono sulle poltrone.                                  

E che surfano sulle emozioni. 

Ancora e ancra. Senza mollare mai. Bozzi e lividi continui, così imparo meglio. Migliorerò. Per ora sto bene così. 
“”“”“”“”“”“”

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